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Innovazione e salute: drastici cambiamenti in vista.

Nei prossimi giorni dovrò parlare dell’innovazione nel settore della salute e del ruolo del Chief Innovation Officers in questo settore, al prossimo ‘Chief Innovation Officier Summit’ di Sydney.

Argomento molto interessante, ho tante idee su quello che potrei dire, ma penso che il mio messaggio forse non sarà molto apprezzato dai CIO in sala, che immagino ingegneri, informatici, chimici o farmacologi.

Il settore della salute ha un disperato bisogno di innovazione, perché molti aspetti del sistema attuale sono ‘broken’, non sono più sostenibili. Ma si tratta di una innovazione diversa da quella che viene normalmente presa in considerazione, ovvero lo sviluppo di nuove tecnologie e prodotti per soddisfare bisogni di mercato.

Consideriamo qualche esempio di tendenze in atto, che generano nuovi bisogni.

Un primo esempio è l’effetto combinato di stili di vita ed invecchiamento della popolazione (nei Paesi avanzati).

Per stili di vita intendo quattro importanti fattori dominanti nelle maggiori economie del mondo: la vita sedentaria, l’alimentazione non corretta, l’abuso di sostanze (alcool, fumo, narcotici, aggiungo anche farmaci antidepressivi), lo stress.

L’effetto combinato di questi fattori è l’enorme incremento di una famiglia di patologie, da tempo diventata la maggiore causa di malattia e di decesso nei paesi sviluppati: le NCD, ovvero malattie non trasmissibili (Non Communicable Diseases).

Si tratta di quattro famiglie di patologie ben note: le disfunzioni del metabolismo (come il diabete), le malattie cardiovascolari (ictus, infarto), quelle neuro-degenerative (Alzheimer, Parkinson’s), alcuni tipi di cancro.

Queste malattie hanno in comune un’altra caratteristica: sono croniche, accompagnano i pazienti per molti anni, talvolta decenni, richiedendo assistenza e cure continue, al di là delle fasi acute trattate negli ospedali. Tali cure comportano costi pro capite enormemente superiori a quelli sostenuti in passato

Allo stesso tempo, la combinazione demografica tra l’invecchiamento dei baby boomers e la costante crescita della speranza media di vita, fa sì che nelle società ricche si stia sbilanciando l’equilibrio che finora ha reso possibile prestare cure alle persone anziane contando sulla ricchezza generata dalle attività di quelle più giovani.

Queste cure saranno sempre più costose per la moltiplicazione dell’effetto della cronicità con la tendenza demografica ed è già evidente che il sistema attuale non è sostenibile.

Oggi esiste una assistenza di base fornita da medici di base e specialisti, combinata con una ospedaliera, necessaria per intervenire nelle fasi acute. Ma per l’area intermedia, quell’enorme e crescente domanda di assistenza quotidiana da assicurare a centinaia di milioni di persone per molti anni, non siamo ancora pronti.

Se lo stile di vita è la causa e la cronicità protratta per decenni ne è l’effetto, allora dovremo imparare a fornire assistenza in modo capillare, quotidiano, spostando il luogo dall’ospedale alla dimora, alla persona ovunque essa si trova. L’innovazione tecnologica ha già dato i suoi frutti: sono già disponibili varie soluzioni come sensori portatili, impianti di tele-monitoraggio e telemedicina, farmaci innovativi, prodotti alimentari dedicati alle patologie croniche, etc.

Ma lo sforzo innovativo di cui si sente il bisogno non riguarda lo sviluppo di nuovi prodotti, perché ne abbiamo già abbastanza a disposizione.

L’innovazione che manca è quella di sistema, in grado di inventare nuovi modelli di assistenza, allo stesso tempo sostenibili ed efficaci nel dare risposta ai nuovi bisogni…

Pensiamo alla prevenzione, a come indurre stili di vita migliori, come spostare il luogo in cui avviene la cura, il monitoraggio e la diagnostica, o come cambiare il concetto da sick-care a health-care fornendo assistenza in modo alternativo, meno intenso e più continuo e capillare.

Servono davvero competenze verticali e tecnologiche, servono ancora altri dispostivi? Forse, ma non bastano per la soluzione, per quella serve altro.

Ora un secondo esempio, un ambito diverso ma che porterà a una conclusione analoga.

Pensiamo a come la costante crescita delle capacità computazionali (la legge di Moore) ha rivoluzionato la genetica.

Stiamo assistendo ad una grande riduzione del costo della decodificazione del genoma, accompagnata dalla crescita di dati disponibili, la quantità di genomi sequenziati di fatto disponibili per attività di ricerca.

Questa situazione comporta un nuovo, grande passo avanti: la possibilità di prevedere a priori l’efficacia di una terapia farmacologica (medicina personalizzata).

Oggi è noto che l’efficacia di un farmaco non è garantita, perché dipende da fattori genetici. Ma non siamo ancora in grado di prevedere l’effetto, pertanto non abbiamo alternative a quella di somministrare la stessa pillola a tutti i pazienti, pur sapendo che per molti non sarà efficace.

Ma l’innovazione farmacologica è basata su un modello che non è compatibile con l’avvento della medicina personalizzata…

Infatti oggi, prima di poter introdurre un nuovo farmaco sul mercato, l’azienda che lo sviluppa è chiamata a effettuare una lunga procedura di esami clinici, il cui costo e complessità sono andati crescendo nel tempo.

Alcuni dati: oggi servono almeno dieci anni di lavoro e un miliardo di dollari; 9 progetti su dieci falliscono, e quello che ha successo deve generare vendite sufficienti per ripagare i costi del proprio sviluppo e quello degli altri progetti. Il tutto per i pochi anni di validità del brevetto.

Nonostante ciò le imprese farmaceutiche hanno finora goduto di utili soddisfacenti.

Perché? Ma perché la molecola approvata può essere proposta a 7 miliardi di pazienti/clienti, quindi le economie di scala nonostante tutto sono ancora sufficienti.

Ma quando la medicina personalizzata diventerà una realtà diffusa, questo modello sarà rotto, perché per recuperare i costi su un target ridotto sarà necessario aumentare i prezzi, o cambiare le regole.

Già oggi i primi prodotti farmaceutici appena introdotti sul mercato con approccio di medicina personalizzata hanno prezzi di diverse decine di migliaia di euro per singolo mese di trattamento…

Chi li potrà comprare? Alcuni governi, alcune assicurazioni? O solo le élite più ricche?

Evidentemente abbiamo un bisogno di innovazione di sistema. Come nell’esempio precedente gli innovatori che troveranno la soluzione non saranno i farmacologi e i chimici delle aziende, ma persone con competenze molto diverse.

Serviranno innovazioni nei modelli di assistenza, nuovi modelli di collaborazione tra industrie (informatiche, farmaceutiche, alimentari, di dispositivi medici), tra governi, agenzie sovranazionali (FDA, EMA, WHO) e mondo della finanza (assicurazioni, investitori).

Gli innovatori non saranno quelli di prodotto, ma dovranno combinare competenze di medicina, di gestione dati, di sviluppo farmacologico, di legislazione e questi cambiamenti avranno un profondo effetto sul ruolo dei ‘Chief Innovation Officers’.

Oggi molti di loro sono esperti con competenze tecnologiche, verticali, come quei musicisti che per decenni si esercitano con il loro strumento.

Non basta più. Devono evolversi in direttori di orchestra, capaci di coordinare processi di sviluppo che coinvolgono decine di altri esperti verticali, di discipline diverse.

Ma anche questo non basta ancora. Questa capacità di direzione multidisciplinare serve a sviluppare un prodotto innovativo, ma non è sufficiente. Per dare risposta a esigenze come quelle descritte bisogna imparare a dirigere diverse orchestre contemporaneamente, ognuna afferente a un ambiente specifico.

Le soluzioni richiederanno grandi sforzi di collaborazione multi-disciplinari e ‘multi-stakeholder’, per le quali il talento vincente non sarà quello tecnico e verticale, ma quello di visione strategica e capacità persuasiva.

A Sydney forse la mia audience non la prenderà molto bene…

 

Interni di uno dei nuovi centri di ricerca attivi nella medicina personalizzata, il SAHMRI di Adelaide in Australia
Interni di uno dei nuovi centri di ricerca attivi nella medicina personalizzata, il SAHMRI di Adelaide in Australia