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Interculturalità nel business, nel governo e nella ricerca

In questi giorni 900 studiosi si sono riuniti ad Adelaide per i lavori del convegno internazionale ‘ICAS9’ sul tema ‘interculturalità’. Provenivano da tutta l’Asia, alcuni anche da Europa e Americhe.

Mi è stato chiesto di effettuare una presentazione sulla gestione di organizzazioni e team multiculturali, nell’ambito del business, del governo e della ricerca, offrendo un taglio reale più concreto possibile, basato solo sulle mie esperienze personali.

Ho accettato con un po’ di apprensione, sapendo che il mio messaggio sarebbe stato molto diverso da quello degli altri relatori, tutti accademici specializzati con anni di ricerche teoriche su questi temi. Non sarei stato in grado di citare dati sperimentali e riferimenti bibliografici come gli altri, ma solo considerazioni di vita vissuta. E’ stata un’esperienza alla fine molto positiva, anche a giudicare dalla curiosità suscitata, quindi ho pensato di condividere il messaggio in questo post.

Il mio percorso nella direzione dell’interculturalità è iniziato presto. Appena maggiorenne, terminati gli esami del primo anno di università, dalla ricca Milano degli anni ’80 sono partito per un piccolo villaggio andino in Perù, a 4.500 metri di altitudine. Ho lavorato sodo per tre mesi fianco a fianco con una squadra di campesinos per piantare sul costone della loro montagna quegli eucaliptos le cui radici avrebbero salvaguardato la loro strada dalle frane nella stagione delle piogge. La protezione della strada era una condizione necessaria soprattutto per consentire il viaggio del maestro dal fondo valle e quindi la lezione quotidiana ai loro figli nella scuola del villaggio.

Tre mesi di fatica e di condivisione quotidiana con persone estremamente povere, analfabete e malnutrite. Uno shock positivo che mi ha mosso dalla comune fase di scarso interesse, quasi di negazione della presenza di culture diverse da quella di origine, a quella forte empatia e curiosità intellettuale che non mi ha più abbandonato.

Nella mia prima esperienza professionale mi sono occupato di ricerca industriale in una multinazionale, e quando i risultati hanno portato a sviluppare una tecnologia innovativa, mi è stato dato l’incarico di svilupparne le vendite in tutto il mondo. Alla platea di Adelaide ho raccontato degli anni trascorsi viaggiando in continuazione in tutto il mondo per sviluppare affari, sperimentando e imparando l’arte della persuasione e della negoziazione con persone di culture radicalmente diverse dalla mia.

Il messaggio più importante che ho voluto trasferire è quello di credere in se stessi e senza ignorare o sottovalutare la propria matrice culturale riuscire ad aprirsi con empatia a quella degli altri così da entrare in sintonia, per capire poi le leve motivazionali e usarle nella negoziazione.

Nel business i numeri, le specifiche tecniche, le argomentazioni logiche sono importanti e necessari, ma la capacità di capire gli altri con apertura mentale e di sintonizzarsi diventa estremamente importante per creare quella fiducia che è alla base di qualsiasi successo commerciale.

Nel periodo successivo mi sono occupato di parchi scientifici, di strategie di sviluppo economico basate sull’innovazione: da presidente dell’associazione internazionale dei parchi scientifici sono stato chiamato per diversi anni come consulente o manager presso diversi governi per discutere delle politiche di sviluppo economico, programmare e implementare strategie e progetti innovativi.

Alla platea di Adelaide ho portato esperienze dirette sul tema dell’interculturalità negli ambienti governativi. Se come ho già detto la matrice culturale è importante nel mondo del business, la sua influenza nei processi decisionali della politica e del governo è estremamente più marcata.

L’argomentazione logica, basata su fatti e numeri è solo il punto di partenza, spesso irrilevante. Le decisioni in realtà devono essere prese in modo estremamente più complesso, soppesando una vasta serie di input che tengano in considerazione anche gli ambiti più intimi della popolazione, come le credenze religiose, le superstizioni e le tradizioni, per mediare la soluzione razionale con il consenso della popolazione. E spesso le decisioni non sono più coerenti con le argomentazioni di sostenibilità economica o ambientale, perché predominano le altre influenze.

La mia successiva esperienza nel governo di Dubai e quella attuale nel governo australiano mi hanno rafforzato questa convinzione, puntualmente condivisa con il pubblico di studiosi.

Interculturalità nel governo significa capacità di intercettare, mediare e soddisfare i bisogni inerenti alle varie culture presenti in un Paese. Quei governi che riescono a eccellere in ciò diventano più competitivi, perché questa capacità genera tolleranza e a sua volta attrattività per investimenti e talenti esterni.

Il terzo ambito è quello del mondo della ricerca scientifica. I cinque anni trascorsi alla direzione di un grande centro di ricerca italiano, con cinquecento ricercatori di varie nazionalità, culture e religioni, mi hanno consentito di esprimermi anche sulla interculturalità in ambito accademico, la cosiddetta ‘terza elica’.

Il rigore della argomentazione scientifica, dal disegno di un esperimento alla confutazione ed alla divulgazione di dati e risultati apparentemente non concede spazi a influenze culturali, sembra un processo asettico, puramente logico, scevro da componenti irrazionali.

In realtà l’interculturalità nei team di ricercatori scientifici è un valore molto importante e sentito. Infatti esiste una estetica nel disegno e nella conduzione di un esperimento scientifico, che fa sì che vi siano molte modalità e sfumature diverse influenzate dalle culture, che possono determinare il successo. La competizione internazionale, la corsa alla verità ed alla scoperta in questi ambiti spesso è così estrema che solo i team caratterizzati dalla massima interculturalità, intesa come apertura ed empatia nei confronti dell’altro, possono raggiungere livelli di creatività e di analisi tali da ambire a risultati di eccellenza.

Per questo motivo il mondo della scienza è molto più interconnesso e collaborativo a livello internazionale, rispetto a quello del business e della politica.

Ognuno può vivere un proprio percorso di crescita nella direzione dell’interculturalità, mantenendo coerenza con le proprie radici ma aprendosi con curiosità a quelle degli altri.

Nel mio caso ho sempre fatto di tutto per trovarmi nelle situazioni di massima esposizione nei confronti delle persone e delle culture più diverse perché ho capito che in questo modo avrei imparato di più e più in fretta. Fare in modo di muovermi sempre fuori dal mio comfort zone significa poter crescere ed allargare i miei confini e preparami più velocemente per il traguardo successivo.

Aborrire la routine, uscire dal normale, allargarlo e creare un nuovo normale più completo e più ricco, per provare a superarlo nuovamente, imparando dagli altri, giorno dopo giorno.