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La ricerca comporta necessariamente un miglioramento dello sviluppo economico? No, non è affatto scontato.

Chi mi conosce sa che per più di venti anni mi sono occupato di business development, di creazione di valore e di competitività presso aziende, governi, parchi scientifici e centri di ricerca. Ho gestito grandi organizzazioni sia in Italia che viaggiando continuamente, con importanti incarichi anche presso governi esteri, prima nel Medio Oriente e ora in Australia.

Ma nonostante ne abbia viste tante continuo a stupirmi di come ancora molto spesso il tema della ricerca scientifica venga collegato in modo erroneo con quello dello sviluppo economico.

Parliamo di sviluppo economico, quindi del modo con cui le collettività decidono di investire risorse pubbliche per tentare di incrementare competitività e posti di lavoro nel loro territorio: l’errore di cui voglio parlare è quello per cui molto spesso si dà per scontato che sia sufficiente effettuare un importante investimento in infrastrutture di ricerca per ottenere automaticamente un impatto positivo sullo sviluppo economico locale.

E’ una convinzione molto diffusa negli ambienti politici, accademici ed imprenditoriali, e in varie aree geografiche: ma è un errore, perché purtroppo sono molti gli esempi in cui ad un grande sforzo di investimento in attività di ricerca non è seguito alcun impatto in termini di sviluppo economico locale.

Una forte capacità di creare conoscenza può essere un importante punto di partenza, una condizione forse necessaria ma non certo sufficiente.

L’obiettivo della competitività nel territorio infatti si ottiene grazie ad iniziative che riescano ad aumentare l’innovatività ed il valore aggiunto delle produzioni locali, con conseguente incremento di vendite, margini e posti di lavoro. Affinché un investimento in un nuovo centro di ricerca possa produrre questo importante risultato è prima di tutto necessario che la ricerca parta e cresca fino a raggiungere una certa massa critica e a produrre molti dati. Ma poi ricercare non basta: quello che conta non è cercare ma è trovare.

E non basta nemmeno trovare, perché poi bisogna riuscire a trasferire quanto trovato presso il tessuto imprenditoriale, in modo da consentire lo sviluppo di innovazioni in grado di aumentare vendite o margini.

Se si lascia il processo incustodito limitando l’intervento alla capacità di ricerca, si corre il rischio di non creare alcun impatto sullo sviluppo economico.

D’altro canto, anche il teorema che l’eventuale successo delle attività di ricerca possa avere un automatico impatto proprio sul tessuto locale grazie alla prossimità geografica è erroneo. Infatti i processi di trasferimento tecnologico sono globali, la proprietà intellettuale per definizione è un asset intangibile che può essere trasferito ovunque ed è statisticamente molto improbabile che il partner ideale stia proprio lì vicino al centro di ricerca.

In conclusione è evidente che la ricerca di per sé non può essere automaticamente un fattore di sviluppo economico.

La condizione perché ciò avvenga è che il territorio si doti di un complesso processo di interfaccia con il tessuto economico locale e con il mercato globale, indipendente dalla struttura di ricerca.

L’interfaccia si deve prendere cura dei fattori critici della competitività locale e deve gestirne la collaborazione con i detentori di tecnologie, competenze, know how portatori di possibili soluzioni, ovunque essi siano, perché difficilmente si troveranno proprio nel centro locale.

Sul fronte della ricerca invece deve trovare, solitamente fuori dal territorio, fruitori per l’innovazione generata localmente, gestendone i processi di creazione di valore.

Ma sarà proprio tale struttura di interfaccia la condizione per assicurare che sul territorio vi sia anche un impatto della ricerca in termini di ‘capacity building’ e nuove iniziative imprenditoriali, con positive ricadute in termini occupazionali e di sviluppo economico.