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Alimentare e farmaceutico: due settori con prospettive di avvicinamento e sovrapposizione

Si sono recentemente verificati episodi di acquisizione di società nel settore delle biotecnologie medicali e delle cellule staminali da parte di grandi aziende ‘big food’, così come di joint ventures tra multinazionali ‘big pharma’ e ‘big food’. Quale sarà il motivo, esiste una chiave di lettura?

Con “Big Food” e “Big Pharma” si intendono i grandi gruppi multinazionali attivi nel settore alimentare e farmaceutico.

Si tratta di gruppi con fatturati nell’ordine delle decine di miliardi di euro, con un numero di dipendenti diretti nell’ordine delle centinaia di migliaia di individui e sedi in decine di nazioni.

Alcuni esempi di aziende ‘big food’ sono Nestlè, Unilever, Coca Cola, Pepsi Cola, Kraft, mentre tra i ‘big pharma’ possiamo citare ad esempio Pfizer, Novartis, GSK, Astra Zeneca, Roche.

Storicamente gli ambiti di mercato di questi due insiemi di corporations multinazionali sono sempre stati ben distinti (i primi trattando prodotti alimentari intesi a soddisfare un bisogno di alimentazione e di piacere, i secondi un bisogno di cura o di prevenzione di malattie), ma recentemente si sono verificati progressivi avvicinamenti tra le sfere di interesse dei due insiemi di grandi aziende.

Il motivo principale è la crescente consapevolezza che la maggior parte delle malattie oggi non è più causata dalla trasmissione di agenti patogeni come virus e batteri, ma dallo stile di vita e dai consumi, in particolare quelli alimentari.

Infatti, nel corso del ventesimo secolo i successi della farmaceutica (con l’invenzione degli antibiotici e dei vaccini, ad esempio), i progressi della medicina, la migliore igiene degli ambienti e una maggiore cultura diffusa nelle popolazioni hanno comportato un forte cambiamento nella distribuzione delle principali cause di malattia.

Oggi i principali problemi di salute sono di tipo cardiovascolare (infarto, ischemia, ictus), oncologico (tumori di varia natura), metabolico (diabete), neurologico (Parkinsons, Alzheimer, demenza senile). Sono patologie che hanno in comune il fatto di non essere causate da virus o batteri e di non essere pertanto trasmesse per contagio (vengono infatti chiamate NCD, ovvero Non Communicable Diseases).

Esse sono inoltre caratterizzate da una forte cronicità, al punto di rischiare di compromettere la sostenibilità dei costi dei servizi sanitari in una società impoverita, in cui la speranza media di vita si è allungata ed è al contempo aumentata la componente più anziana della popolazione.

La causa principale delle malattie non trasmissibili pertanto non è il contagio ma lo stile di vita, in particolare l’alimentazione, la sedentarietà, lo stress e l’abuso di sostanze come alcool, tabacco e droghe.

Questa crescente consapevolezza genera un mercato nuovo, apparentemente estraneo sia a quello storico delle aziende farmaceutiche che a quello delle aziende alimentari: quello di prodotti e servizi in grado di contrastare i fattori di rischio alla base delle malattie non trasmissibili.

Si tratta di un nuovo mercato che contempla già una vasta ed eterogenea serie di nuovi consumi in forte espansione, ad esempio i prodotti alimentari biologici, quelli dietetici, i servizi per il fitness, le sigarette elettroniche.

Un mercato che ovviamente attira gli interessi sia di big food che di big pharma, apparentemente accessibile ad entrambi, e che ne sta indirizzando gli sforzi in termini di strategia di sviluppo, di ricerca, di espansione, anche attraverso operazioni di joint venture ed acquisizione.

E’ questa la chiave di lettura per interpretare le recenti mosse di avvicinamento tra i due ambiti un tempo così lontani, ma oggi attirati dalla possibilità di diversificare creando e occupando un nuovo mercato, che va ben al di la’ del bisogno di nutrirsi e di curarsi.

Non è chiaro chi potrà vincere la competizione, perché sono necessarie competenze che storicamente appartengono sia agli uni che agli altri dei due contendenti. Sarà infatti necessario un forte presidio sulla ricerca scientifica e sull’innovazione di prodotto, così come sugli aspetti di regulatory, entrambi ambiti in cui i gruppi ‘big pharma’ sono in grande vantaggio rispetto ai ‘big food’.

Ma è altrettanto evidente l’importanza della capacità di comunicare al consumatore finale e quella di raggiungerlo attraverso reti distributive e logistiche globali e capillari, aspetti in cui le direzioni marketing e sales delle società ‘big food’ eccellono, con decenni di esperienza e di vantaggio sui concorrenti big pharma.

Ci aspetta un periodo interessante e ricco di opportunità per coloro che saranno in grado di capire i bisogni latenti del mercato. Si sperimenteranno diverse soluzioni, sia in termini di prodotti che di servizi innovativi; alcune falliranno nonostante importanti investimenti, altre faranno breccia, magari lanciate da nuove iniziative imprenditoriali.

Saranno interessanti anche le soluzioni organizzative che le aziende proveranno a sperimentare, dalle acquisizioni alle joint ventures, agli scambi di pacchetti societari, alle collaborazioni pubblico-privato.