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La routine ammazza anche l’innovazione e la creatività: ecco perché i metodi di miglioramento continuo sono in auge da 60 anni

Ai primi di ottobre, un gruppo di imprenditori si è dato
appuntamento in una fabbrica del modenese per una sessione di
miglioramento continuo molto particolare. Ognuno di loro doveva rimanere fermo dentro un cerchio
disegnato sul pavimento, con il compito di osservare e annotare con occhio critico quello che succedeva. Erano
coinvolti in un ‘percorso esperienziale’ intitolato “Alla ricerca del
miglioramento”, proposto da Massimo Crucitti e Stefano Calcaterra presso l’azienda
CMP SpA.

“E’ semplice ma non facile”, spiega Stefano Trenti, titolare
di CMP. “Quando ho potuto vedere per la prima volta la quantità di tempo che
potevo risparmiare, sono rimasto impressionato ma non sapevo come eliminare
quelle manovre che a me sembravano indispensabili per la produzione. Mi
aspettavo che i consulenti avessero soluzioni e tecnologie già pronte, invece Stefano
Calcaterra ci faceva domande paradossali spingendoci a trovare strade non
convenzionali. Sono rimasto ancora più impressionato nello scoprire che le idee
così generate funzionavano. Tutto ciò ha mobilitato un meccanismo virtuoso che oggi
coinvolge l’intero staff; adesso quaranta persone creano ogni giorno nuove soluzioni
per migliorare, non solo in produzione”.

L’entusiasmo di queste persone è contagioso, dopo aver
aperto gli occhi su quello che succedeva in azienda ora progettano di
sviluppare un processo di miglioramento sistemico coinvolgendo le aziende a
monte e a valle di CMP.

Questo progetto di “mutuo miglioramento” fa riflettere sul
perché una cosa così semplice, così apparentemente scontata e facile da capire
come il miglioramento continuo, sia ancora al centro dell’attenzione nonostante siano trascorsi più di sessanta anni dalle sue prime applicazioni, nel dopoguerra giapponese. Perché dopo sessanta anni le aziende stanno ancora allocando budget per farsi
aiutare in queste tecniche e continuano a vedere importanti ritorni da questo
tipo di investimento?

La risposta ci arriva da lontano, dagli studi di
neurobiologia, dal behaviorismo, dalla psicologia comportamentale. La risposta
sta in quella affascinante macchina che è il nostro cervello, e in particolare
nel fatto che è ‘programmato’ per annientare la sua capacità creativa e critica
quando è coinvolto in comportamenti abitudinari.

La conseguenza di questo fatto è molto importante per il
processo industriale, perché il fatto di replicare più volte possibile una
operazione standardizzata per ottenere un manufatto è alla base della sua
ragione di esistere. Più riesco a riprodurre un processo standardizzato, più
ottengo economie di scala e competitività, quindi profitto.

Ecco quindi la risposta. La ‘trappola cognitiva’ del cervello
reso cieco dalla routine, sarà stato sicuramente un vantaggio biologico dono
della selezione naturale e utile ai nostri avi, forse per risparmiare fatica e
consumo di calorie, ma nel mondo della produzione industriale è una grande
insidia che rischia di moltiplicare sprechi e diseconomie senza che ce ne
accorgiamo.

Se ho a disposizione osservatori esterni che
entrano in azienda e mettono in discussione gli aspetti più consolidati, che
filmano i processi e me li fanno poi vedere e commentare, che mi aiutano ad eliminare
il velo della routine con provocazioni che insidiano la mia comfort zone, allora alla
fine posso migliorare e innescare una reazione a catena che parte dalla
fabbrica e può arrivare a coinvolgere anche i partner più lontani della
filiera. A questo punto l’innovazione non viene più ‘spinta’ dagli attori a
monte dell’utilizzatore finale, che si sforzano di proporre soluzioni ai suoi
bisogni, ma si arriva ad un modello ‘pull’, la soluzione è proposta in prima persona da chi
percepisce il bisogno e realizzata dalla supply chain a monte.

E’ interessante anche la considerazione di Crucitti che i
sistemi allenati a rimuovere le trappole cognitive della routine diventano nel
tempo molto più semplici, anche dal punto di vista delle tecnologie utilizzate,
perché sono in grado di evidenziare e di rimuovere la ridondanza non necessaria. Anche nel caso
analizzato dall’evento presso la società CMP, il titolare Trenti ha ottenuto aumenti
consistenti della produttività senza aggiungere tecnologia, anzi in alcuni
interventi è stata tolta tecnologia. Può sembrare paradossale, ma è in verità
un processo tipico dei sistemi in evoluzione, i quali hanno una prima fase in
cui si sviluppano in ridondanza e una successiva fase evolutiva nel corso della
quale riescono a semplificarsi raggiungendo un equilibrio ottimale.

La parte in eccesso che non riusciamo a vedere ma che ogni
giorno dobbiamo scovare, è quella che non crea valore, che il cliente non è
disposto a pagare e che i concorrenti più bravi di noi sono già riusciti ad
eliminare.

E’ proprio quella la parte che viene aggredita dai processi di
miglioramento continuo, che potranno nel tempo cambiare nome, ma che continueranno
ad aiutarci a combattere le trappole cognitive del nostro cervello per
migliorare l’efficienza delle nostre organizzazioni.

Twitter : @mbaccanti