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Perché Imprese ed Enti di Ricerca finalmente saranno costretti a collaborare

Un progetto di ricerca inizia con la richiesta di finanziamento da parte del ricercatore. Se vince, il suo team si mette a lavorare, in genere in collaborazione con altri gruppi, al fine di ottenere dati sperimentali originali a suffragio delle sue ipotesi.

Tali dati poi vengono pubblicati in riviste scientifiche sottoposte a ‘peer review’, ovvero verifica da parte di altri ricercatori esperti nella sua disciplina. La quantità di pubblicazioni, il prestigio delle riviste e il numero di successive citazioni sono i criteri sui quali si basa la fama del ricercatore e il suo punteggio nei concorsi accademici.

Questo meccanismo premia chi trova il modo di produrre e pubblicare dati molto velocemente. Di fatto però, più una nicchia è poco studiata e lontana da possibili applicazioni pratiche, meglio si presta a generare dati da pubblicare con elevata produttività. Invece, maggiore la probabilità di applicazioni utili, maggiore sarà per il ricercatore il ‘rischio’ di ridurre l’efficienza nel produrre dati da pubblicare, nonché il ‘rischio’ di dover brevettare con la conseguenza di ritardare o rendere impossibile la divulgazione dei dati.

Il meccanismo incentivante della ricerca scientifica, pur nella sua logica irreprensibile, in realtà è il principale ostacolo alla genesi di risultati con utilità pratica ed elevata applicabilità. Finora un ricercatore che avesse a cuore solamente la sua carriera scientifica eviterebbe di sviluppare collaborazioni con imprese perché ciò rischierebbe di ridurre la sua produttività.

Ma anche in azienda le cose non sono diverse : non è affatto scontato che l’innovazione sia automaticamente generatrice di profitto, anzi.
Pensiamo a come è strutturato il processo industriale: il profitto è generato grazie ad una estrema standardizzazione di processi replicati in modo più automatico possibile, grazie alle economie di scala ed alla massa critica : più riesco a replicare pedissequamente, più guadagno. Più riesco a protrarre nel tempo lo stesso processo produttivo, meglio è.

Evidentemente l’innovazione che introduce cambiamenti turba il sistema, ne riduce temporaneamente efficienza e produttività.
Questo spiega la nota resistenza al cambiamento delle imprese, sempre combattute tra una esigenza di competere con prodotti innovativi ottenuti grazie ad attività di ricerca, e un bisogno opposto di far lavorare il processo produttivo in modo più lineare possibile, senza discontinuità, in modo da rendere massima la profittabilità a breve, quella che conta nel calcolo dei bonus per il management e dei dividendi per gli azionisti.

La combinazione delle pulsioni che motivano il ricercatore ed il manager o l’imprenditore spiegano il motivo per cui è difficile ottenere spontaneamente una costruttiva collaborazione tra enti di ricerca ed imprese. A meno di ribaltare la situazione cambiando le regole con interventi top down, giocando sulla modalità del finanziamento del processo di ricerca.

E’ proprio questo fattore che sta iniziando a mutare grazie alle recenti sperimentazioni di nuovi modelli di finanziamento proposte a livello macro dalla Commissione Europea, dagli enti finanziatori Statunitensi e di altri Paesi (interessanti le iniziative di Israele, Giappone, Singapore) : con queste nuove modalià la condizione necessaria perché il ricercatore possa ricevere un finanziamento per il suo progetto è che tale progetto sia co-finanziato da una o più imprese.

Questa semplice clausola ribalta le leve motivazionali. La stesa leva che prima allontanava il ricercatore dall’imprenditore ora li avvicina: per lavorare e pubblicare ora il ricercatore deve trovare un partner industriale, e se l’azienda vuole finanziare la sua innovazione con attività di ricerca, deve collaborare con università ed enti di ricerca.

Questa volta l’Italia ha dimostrato di raccogliere la sfida per tempo: i recenti bandi nazionali di finanziamento della ricerca denominati ‘Cluster’ e ‘Smart City’ per la prima volta hanno imposto questa logica obbligando alla collaborazione università-impresa, visto che il co-finanziamento è vincolato alla costituzione formale di nuove società consortili, reti o associazioni tra imprese e organizzazioni di ricerca, dotate di strumenti di governance ben definiti.

A livello comunitario, nel prossimo Programma Quadro le logiche saranno identiche, con grandi ‘Knowledge Innovation Communities’ che gestiranno finanziamenti miliardari per attività di ricerca, formazione e business development attraverso collaborazioni tra università e imprese formalmente consolidate in nuovi consorzi multinazionali gestiti come aziende, con logiche di mercato, competizione e meritocrazia.

Il vecchio modo di lavorare, così inefficace in termini di creazione di valore, è destinato a soccombere per mancanze di risorse, costringendo manager, imprenditori e
ricercatori a cambiare velocemente nella direzione di una crescente collaborazione.