Il World Economic Forum ha appena pubblicato l’edizione 2012-2013 del ‘Global Competitiveness Report’, un interessante appuntamento per confrontare il livello complessivo della competitività di 144 nazioni.
Si tratta di un lavoro molto articolato che prende in considerazione diversi aspetti della realtà economica e sociale delle nazioni, dalle performances delle imprese, agli aspetti istituzionali, della formazione scolastica, giustizia, salute, infrastrutture, propensione all’innovazione ed uso di nuove tecnologie.
Il punteggio complessivo porta l’Italia a posizionarsi al 42° posto nella classifica globale, che è guidata da Svizzera, Singapore, Paesi nordici europei, Olanda, Germania, USA, Regno Unito, Hong Kong e Giappone.
E’ estremamente interessante e relativamente facile confrontare il livello italiano nelle centinaia di parametri dello studio ed estrarre indicazioni dal nostro posizionamento relativo. La performance complessiva è data dal risultato di alcune aree in cui i punteggi italiani sono molto elevati e da altre in cui invece precipitiamo ai livelli più bassi a livello globale. La disomogeneità delle performances è una caratteristica quasi unica dei dati italiani, si nota che in generale le altre nazioni hanno un profilo più costante.
Iniziamo a vedere le aree di eccellenza. Quella che raccoglie i punteggi migliori è l’area della salute, soprattutto per il dato sull’aspettativa media di vita del cittadino italiano, la quarta più elevata al mondo, grazie allo stile di vita, alla qualità del sistema di assistenza sanitaria ed alle iniziative di prevenzione.
I dati sull’istruzione sono positivi a livello quantitativo, in termini di percentuale di popolazione con istruzione superiore, ma i parametri qualitativi sono molto meno lusinghieri: sono bassi quelli relativi alla qualità del sistema scolastico complessivo, alla diffusione delle tecnologie, alla formazione nelle materie scientifiche, la formazione dei docenti.
Ci vengono riconosciuti importanti risultati nel settore dell’imprenditoria, in particolare per la facilità di trovare subfornitori locali grazie alla grande diffusione di piccole e medie imprese, per la flessibilità e la capacità di innovazione delle stesse e per il posizionamento a livello di leadership mondiale di molte imprese italiane in nicchie anche di alta tecnologia; infine viene riconosciuto il secondo posto a livello mondiale, dopo Taiwan, al sistema italiano dei cluster, o distretti tecnologici, inteso come rete territoriale di imprese in grado di frammentare il processo produttivo conferendo competitività e flessibilità. Ancora buono il posizionamento globale della dimensione del mercato nazionale, il decimo al mondo, anche se in flessione rispetto all’ottava posizione di qualche anno fa.
Ma considerando che questo report è lo specchio della percezione globale nei nostri confronti ed è uno degli strumenti di indirizzo per gli investimenti globali, è molto più importante analizzare i parametri in cui figuriamo peggio.
Purtroppo l’Italia compare tra le peggiori trenta nazioni al mondo (su 144) in diversi indicatori, tutti nell’area istituzionale. La polarizzazione in negativo risulta molto più forte di quella in positivo.
Sono prevedibili e non necessitano di commenti i valori relativi al debito pubblico ed al peso ed effetto sull’economia dell’imposizione fiscale.
Ma c’è un preoccupante set di parametri in cui siamo considerati tra i peggiori al mondo, concentrati nell’area istituzionale: il report recita un elenco impietoso che include lo spreco nelle spese governative, la criminalità organizzata, la fiducia nei confronti della classe politica, i favoritismi da parte dei dirigenti pubblici, l’efficienza della giustizia sia nel far rispettare le regole che nell’esercizio del giudizio, la trasparenza delle politiche governative, la complessità della burocrazia… Si tratta di una pagella impietosa e vergognosa, i cui voti, tra l’altro, sono in costante peggioramento anno dopo anno.
L’area del lavoro è un altro ambito di preoccupazione; i parametri in cui figuriamo tra le peggiori economie al mondo sono la conflittualità sindacale, la flessibilità salariale, la complessità delle pratiche di assunzione e licenziamento, il rapporto tra stipendi e produttività, la capacità di valorizzare i talenti, la fiducia nel management.
Infine, diverse pecche nel sistema finanziario e di governance aziendale: risultano evidenti gli elevati costi dei servizi finanziari, la scarsa protezione dei diritti dei soci di minoranza, la scarsa disponibilità di capitale di rischio, la relativa inefficacia dei nostri consigli di amministrazione, la difficoltà di accesso ai finanziamenti, la resistenza a delegare e l’inefficacia delle nostre politiche contro i monopoli.
Una lezione forte, indigesta, che contribuirà a stimolare i processi di rinnovamento che faticosamente stiamo cominciando a costruire.
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