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Cena nel deserto a Dubai

 
Quando ho raccontato in ufficio del mio pranzo ufficiale a casa dello Sceicco Nahyan ad Abu Dhabi, il mio collega Tariq ha commentato che gli dispiaceva che quella opportunita’ di assaggiare le specialita’ e di vivere i riti delle genti del Golfo fosse capitata solo a me e non a tutta la mia famiglia. Cosi’, dopo qualche tempo si e’ presentato in ufficio con un invito per tutti e quattro, mia moglie e le mie figlie, a una cena nella sua farm nel deserto.

Arriva il giorno concordato, ci si ritrova alle 7 di un giorno feriale di fronte al Polo Club di Dubai. Si sgonfiano le gomme sul ciglio della strada asfaltata, qualche raccomandazione sullo stile di guida e poi si parte seguendo la macchina di Tariq sulla sabbia finissima del deserto. Venti minuti in mezzo al nulla, correndo veloci tra avvallamenti e dune, in nuvole di sabbia. Non appena inizia il pendio di una duna, si percepisce subito che la macchina affonda e slitta, ma Tariq e’ stato molto convincente nel raccomandarci di non fare l’errore di andare piano, e cosi’ l’inerzia della macchina e’ tale che si guadagna una buona parte del pendio prima di subire un brusco calo di potenza. Quando la macchina slitta quasi ferma e gira praticamente a vuoto si e’ gia’ in cima, e si riparte accellerando in discesa per guadagnare piu’ velocita’ possibile, prima di affondare in una nuova duna.

Finalmente si arriva alla farm. Alcuni recinti con capre e pecore, un ricovero per il personale, una cabina con bagno e doccia, con la tanica dell’acqua sul tetto. All’aperto, su un grande tappeto steso sulla sabbia alcuni divani delimitano due distinte aree di conversazione. Una per maschi, l’altra per femmine. Ma questa sera si puo’ fare eccezione, mia moglie e le mie figlie si siedono con me, Tariq e Fares, tutti insieme nello stesso salotto sotto le stelle.

Tariq, oggi trentenne, ci racconta che quanto vediamo intorno a noi nella sua farm e’ l’ambiente tipico in cui si e’ svolta gran parte della vita di suo padre e di tutti i suoi antenati.

Quando il nucleo familiare allargato spostandosi nel deserto con gli animali decideva di insediarsi in un certo luogo, si creavano quei recinti, si stendevano i tappeti, si costruivano i ricoveri usando le canne.

I maschi iniziavano poi a scavare il pozzo, e a tre/cinque metri di profondita’ si incontrava in genere la falda acquifera. Si faceva poi festa, tutti quanti si lavavano e si riposava.

L’acqua della falda pero’ era sempre ad alta salinita’, ma non c’era alternativa, si doveva bere cosi’. Si poteva bere acqua dolce solo ogni tanto, grazie alle taniche portate dall’India dalle barche che tornavamo dai viaggi per vendere le perle pescate nel golfo arabico, o nei brevi passaggi nelle oasi.

Si poteva rimanere in quel luogo per un tempo limitato, finche’ le risorse bastavano per il sostentamento dei membri della famiglia e degli animali; presto o tardi l’acqua e gli arbusti spontanei per gli animali e il fuoco cominciavano ad esaurirsi, e ci si doveva spostare in un altro luogo con una lunga marcia. Viaggiare da Dubai ad Abu Dhabi, oggi un’ora di autostrada con sette corsie per senso di marcia, richiedeva alla carovana una settimana di cammino.

Terminata la conversazione sui divani all’aperto, i servitori pakistani ci informano che la cena e’ pronta. Seguiamo Tariq camminando sulla sabbia calda al chiaro di luna, nell’assoluto silenzio del deserto, per raggiungere il majilis, una struttura cubica di canne chiusa per tre lati da tessuti di lana a disegni kilim rossi e neri, con un grande tappeto persiano steso sulla sabbia, coperto da cuscini.

Al centro del Majilis, illuminato da una lampada alimentata da un gruppo elettrogeno scoppiettante appena avviato in nostro onore, ecco due grandi vassoi circolari con un capretto e un agnellino di poche settimane, cotti al forno avvolti in strati di pane arabo sottile e croccante, per mantenerne la tenerezza, adagiati su un grande letto di riso Biryani condito con uvetta, frutta secca e spezie. I due piatti sarebbero sufficienti per una ventina di ospiti, ma siamo solo in sei…

Appena Tariq e Fares rompono la crosta sottile di pane croccante il profumo e il vapore della carne si diffondono nell’ambiente. Anche qui, come in casa dello Sceicco, si rispetta il rito beduino ed e’ il padrone di casa stesso che serve gli ospiti. Ma non usa posate: in loro onore, e’ la sua mano destra che raccoglie una manciata di riso e la pone  nel piatto degli ospiti, la stessa mano poi stacca con maestria, senza coltelli, una porzione di carne e l’adagia sul riso. Alla fine serve se stesso, e ogni commensale a questo punto se vuole puo’ usare le posate.

I piatti vengono riempiti diverse volte, sempre nello stesso modo. Si viene a sapere che la quantita’ di cibo mangiato dagli ospiti e’ considerata una misura della stima, della fiducia e dell’amore che essi provano nei confronti del padrone di casa.

A questo punto Tariq si appresta ad un altro momento topico della cena. Dell’agnellino, di cui ormai e’ rimasto poco, prende la testa con entrambe le mani e comincia ad armeggiare smontandone le varie parti con dimestichezza, come fosse un giocattolo di lego di suo figlio, fino a raggiungere il cervello, che estrae e ci offre con orgoglio nel palmo della mano.

 Ormai e’ notte, ma fa molto caldo nel majilis, perche’ non circola aria. Ci saranno come sempre i soliti 35/37 gradi, e sentiamo il bisogno di uscire all’aperto per intercettare qualche brezza, comunque calda e umida, ma in grado di darci qualche sollievo.

Tariq chiama i servitori pakistani, impartisce loro alcuni ordini parlando in urdu. Ci spiega che ha imparato l’urdu dalla maid indiana che lo accudiva da bambino. Negli anni ’70, con la prima distribuzione dei proventi del petrolio, il tenore di vita della sua famiglia miglioro’ improvvisamente, e suo padre fece costruire la villa di famiglia assumendo poi personale di servizio indiano per le varie faccende domestiche, inclusa la cura dei figli.

Mentre giriamo scalzi ad osservare gli animali che dormono nei recinti, viene spento il gruppo elettrogeno e  vedo che il personale si da’ da fare di corsa in una zona lontana della farm. Finito il giro, Tariq ci invita a raggiungere la sommita’ di una duna, sulla quale ha fatto stendere un tappeto con te’, dolci e lampade ad olio.

Appena ci sediamo siamo raggiunti da una brezza, qui in alto c’e’ piu’ aria, ed e’ molto piacevole bere il te’ ascoltando il profondo silenzio o interrogando Tariq e Fares sulle loro abitudini. Scopro che quando esce dal mio ufficio, in cui svolge un ruolo da impiegato, Tariq va a casa, cena e gioca con i figli, ma poi va da solo nella sua farm, sul suo tappeto sulla duna, dove rimane anche due o tre ore, diverse volte alla settimana. Ma cosa fai qui tutto quel tempo, gli chiedo. Si meraviglia della mia domanda, mi risponde che prega, contempla, pensa. Seduto li’ da solo, giocherellando con la sabbia.

Poi prende un pugno di sabbia e mi dice : toccala, guarda come e’ pura. Pensa che  qui il sole batte e la arroventa tutto il giorno. Non ha acqua, non ha batteri, non ha veleni, qui e’ tutto puro e pulito.  Quindi qui anche i miei pensieri sono limpidi, puliti come la sabbia e il cielo, questo e’ il mio paradiso dove mi rifugio lontano dalla pressione dell’ufficio, dagli strilli dei bambini.

 

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