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Ramadan e dintorni

 

 

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In tutto il mondo islamico, un miliardo e trecento milioni di persone hanno appena terminato il mese Ramadan, caratterizzato da digiuno nelle ore di luce, astinenza da acqua, fumo, caffe’ e da tanti altri aspetti che cambiano drasticamente la routine quotidiana e mettono a dura prova la forza di volonta’. Stanno anche terminando i successivi giorni della festa di conclusione del mese, Eid Al Fitr.

I rituali del mese di Ramadan sono molto simili in tutto l’Islam. Possono cambiare, di poco, le date di inizio e di fine, perche’ dipendono dalle decisioni delle autorita’ religiose fondate sulla visibilita’ della luna. E’ capitato in passato che l’interpretazione soggettiva abbia portato a date diverse tra la sciita Iran e la sunnita Dubai, anche se le loro coste sono di fatto molto vicine…

Ma e’ interessante vedere piu’ da vicino come le comuni regole del Ramadan sono state interpretate nella cosmopolita e imprenditoriale Dubai.

Prima di tutto bisogna chiarire il Ramadan e’ vissuto molto seriamente dalla popolazione musulmana praticante. Che non e’ poca : nonostante la componente locale sia una piccola minoranza rispetto a quella espatriata, tra gli espatriati i musulmani praticanti sono molti, soprattutto di origine indiana, pachistana, o proveniente dal resto del Medio Oriente.

L’impatto sul ritmo degli affari, altrimenti forsennato, e’ notevole : si riducono gli orari di lavoro e negli uffici ci si rende conto presto che non e’ possibile aspettarsi le stesse performances dai dipendenti che praticano il digiuno, i quali subiscono un forte calo degli zuccheri dopo le prime ore di attivita’ e spesso hanno problemi dovuti alla dipendenza da caffeina o nicotina.

I ritmi calano, la conflittualita’ e il nervosismo aumentano. Aumentano anche gli incidenti stradali, del 37%, per lentezza di riflessi o addormentamento al volante…

Ma se le giornate del mese di Ramadan sono scandite da ritmi ben piu’ lenti di quelle del resto dell’anno, le serate sono viceversa caratterizzate da attivita’ molto intense.

La cena di rottura del digiuno che si svolge al tramonto, verso le 18 e trenta, chiamata Iftar, e’ un evento gioioso, in cui le famiglie e gli amici si riuniscono in grandi gruppi, nelle case o nei ristoranti che per l’occasione offrono ambienti e menu’ particolarmente ricchi, e attendono insieme, con impazienza, il momento in cui possono finalmente riavvicinarsi al buffet e all'acqua.

Ma nella Dubai che corre nel futuro l’Iftar non poteva non essere una ulteriore occasione di business e di networking : si e’ diffusa da qualche anno da parte delle aziende anche straniere l’abitudine di offrire Iftar ai propri dipendenti, ai clienti e ai vari stakeholders. Cene aperte a centinaia di persone, in ambienti di ristoranti di alberghi internazionali, comunque rispettosi delle tradizioni : niente alcool, che in altri periodi negli stessi locali sarebbe stato disponibile senza limitazioni, buffet di specialita’ tipiche del periodo, abbondanza di datteri e grandi varieta’ di pasticceria molto elaborate. Grande opulenza, in contrasto con la sobrieta' delle cene offerte nelle moschee ai fedeli piu' bisognosi, anche 7000 coperti per serata…

E’ cosi’ intenso il calendario di inviti a Iftar di lavoro, che i giorni del Ramadan non sono sufficienti per tutti, e si rischiano molti inviti concomitanti. Ecco allora la soluzione : invito al Sohour, ovvero un altro momento conviviale che inizia verso le 22, con dolciumi, succhi freschi, shisha,  caffe' arabo, te' verde, e tante conversazioni di affari, su sofa’ disposti a cerchio, con musica dal vivo e toni soffusi.  Al Sohour si inizia puntuali, ma non si sa a che ore si finisce, le ultime conversazioni terminano alle ore piccole; poi qualche ora di sonno e poi si ricomincia, digiuni, con un po’ di presenza formale in ufficio in attesa di rompere nuovamente il digiuno e iniziare la parte piu’ produttiva e interessante della giornata.

Business a parte, il Ramadan e’ anche mese di preghiera, di austerita’, di carita’ nei confronti dei piu’ bisognosi.

Ecco quindi comparire ovunque organizzazioni di fund raising per finalita’ di assistenza e di beneficienza, ecco che si allestiscono grandi punti di raccolta per oggetti che vengono regalati ai poveri. In una giornata un mall puo’ raccogliere diversi container di prodotti donati.

Ma la spiccata propensione a proceduralizzare e codificare ogni circostanza della vita quotidiana di Dubai, che stupisce sempre gli espatriati di origine italiana abituati all'improvvisazione e all’arte di arrangiarsi, raggiunge il suo culmine nella pratica delle 'shoe boxes', scatole di oggetti di uso comune che vengono regalate alla fine del Ramadan agli ‘worker’, ovvero le decine di migliaia di lavoratori addetti a mansioni molto dure, in genere nel settore delle costruzioni, svolte a temperature di 45 gradi, in cambio di vitto, alloggio in ‘labour camp’ e salari estrememente bassi.

Bene, non ci crederete, ma anche la shoe box e’ standardizzata! Viene fornita vuota, con tanto di marchio commerciale di una azienda sponsor, e viene richiesto di riempirla con 15 oggetti nuovi rigorosamente definiti ed elencati, tra i quali una t-shirt, un cappellino, dentifricio, spazzolino, schiuma da barba, sapone, asciugamano, etc.

Migliaia e migliaia di shoe boxes vengono raccolte in edifici di uffici, scuole e centri commerciali, da una organizzazione logistica ache provvede anche a controllare la precisione del contenuto offerto, per evitare differenze di trattamento presso i beneficiari.

Decretata la fine del Ramadan, inizia la festa Eid Al Fitr. Ricorda il nostro Natale, si fanno regali ai bambini, le famiglie fanno visita in delegazione maschile ai vicini di casa e agli amici, tutti i portoni delle ville sono aperti per consentire questo traffico spontaneo che dura per tutta la mattina del primo giorno di festa. Si regalano soldi ai bambini ma attenzione, solo banconote nuove di zecca, appositamente prelevate dall banche nelle ultime settimane del Ramadan.

Fino agli anni sessanta, per gran parte della popolazione il giorno dell’EID era quello in cui si compravano i vestiti al souk. Nel senso che la popolazione era cosi’ povera che non poteva permettersi di acquistare vestiti piu’ di una volta all’anno.