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Cluster di imprese

Dal convegno organizzato lunedi’ ad Atene dal locale Ministero allo sviluppo economico emerge che in Europa l’idea di uno stimolo governativo alla nascita e allo sviluppo di cluster di imprese nei settori di alta tecnologia (ICT, biotech e energie rinnovabili) e’ ancora molto attuale, ed e’ stata ripresa come risposta innnovativa alla situazione di crisi.

L’attuale situazione economica spinge I governi a rivedere i fondamentali dell’intervento pubblico e dell’azione governativa di supporto alla competitivita’ delle imprese.

Quindi era prevedibile che l’idea del supporto ai cluster di imprese specializzate (e di istituzioni di ricerca attive in discipline inerenti) in questo periodo sarebbe tornata in auge.

Ma proprio per questo, perche’ siamo in una fase di re-invenzione di nuovi paradigmi, dobbiamo cogliere l’occasione per evitare di ripetere ancora gli errori gia’ commessi in passato.

Mi e’ stato concesso l’onore di contribuire alle conclusioni del convegno di Atene, ed ecco quindi alcune considerazioni interessanti emerse dai lavori:

Se un ricercatore e’ bravo ed affermato, se cercando ha trovato qualcosa di potenzialmene utile, e’ perche’ probabilmente si e’ concentrato bene sullo studio e sulla ricerca. Percio’ non puo’ avere allo stesso tempo sviluppato skills imprenditoriali, commerciali o finanziarie. Dunque non ricadiamo nell’illusione della genesi spontanea di spin off accademici, non illudiamoci che i ricercatori possano da soli gestire con successo processi di trasferimento tecnologico della proprieta’ intellettuale di cui in Italia gli abbiamo anche concesso i diritti. Gestiamo il processo di creazione di valore affidandolo a figure professionali dedicate, di estrazione non accademica ma imprenditoriale, concentrando nelle loro mani flussi di diversi progetti in modo da creare massa critica e reti di relazioni internazionali.

L’idea che in un territorio si possa verificare il match tra la domanda di tecnologie da parte delle imprese e l’offerta di soluzioni da parte delle istituzioni di ricerca locali, e’ una utopia. E’ statisticamente estremamente improbabile che il risultato di attivita’ di ricerca di una istituzione possa trovare una societa’ interessata proprio nello stesso territorio. Cosi’ come e’ improbabile che una specifica esigenza di ricerca o di innovazione di una azienda possa trovare risposta in una struttura di ricerca interna al cluster. Sperare che un cluster consenta il corto circuito tra domanda e offerta di innovazione e’ un errore, comune in passato; i cluster efficienti sono aperti, e il loro management deve gestire un network globale per sviluppare processi di trasferimento inbound e outbound.

Ancora si parla di finanziare il trasferimento tecnologico… Ma se io trasferisco qualcosa mi faccio pagare: sono un centro di profitto, non di costo. E allora perche’ dovrei farmi finanziare? Piu’ finanzio strutture di trasferimento, meno queste dovranno imparare a cercare clienti veri, a negoziare e a vendere a prezzi remunerativi. Piu’ finanzio, piu’ rimando l’inizio del lungo processo di apprendimento.

Il numero di brevetti come indicatore di performance di strutture di ricerca? No, non basta, troppo facile. Non numero di brevetti depositati, ma numero di brevetti valorizzati, attraverso licenze, conferimenti in start up, in contratti di ricerca sponsorizzata, etc. Se brevettiamo qualcosa, non e’ per avere un quadretto da appendere con il certificato di deposito, ma e’ per ottenere un monopolio temporaneo dell’invenzione che dobbiamo sfruttare meglio e piu’ rapidamente possible. Se non lo valorizziamo, abbiamo solo sprecato risorse.